LAOS - all'ombra delle dighe_Alessandro Zunino

Chiostro del Museo Diocesano | Via Ghirlanda

Quando il confine tra due nazioni è un fiume e non un muro, una traversia può trasformarsi in piacere e un limite in un’opportunità. Questo fa il Mekong per due terzi del suo percorso laotiano condividendo le sue acque a est con la Thailandia e, per un breve tratto, a nord con il Myanmar. La “madre delle acque”, come lo chiamano qui, ha origini e dimensioni epiche: nasce in Tibet, passa per lo stato cinese dello Yunnan, il Myanmar, la Thailandia, il Laos, la Cambogia e il Vietnam, per poi gettarsi nel Mar Cinese Meridionale. Ha una portata d’acqua in metri cubi al secondo pari alla somma dei principali fiumi europei più il Nilo ed è il secondo ecosistema fluviale al mondo - già parzialmente compromesso dall’inquinamento - dopo il Rio delle Amazzoni. In un mondo in cui i maggiori produttori di CO2 non solo si sottraggono alle proprie responsabilità ma dichiarano sfacciatamente di voler incrementare la produzione di carbone, produrre energia bloccando il naturale corso di un fiume può sembrare quasi sostenibile; ma non è così. Il Mekong è una “grande madre” ferita (insieme ai suoi figli, gli affluenti e gli uomini) da decine di dighe idroelettriche di produzione cinese, nazione alla quale il governo laotiano ha “venduto” il proprio consenso per risalire in fretta dalla scomoda posizione di paese meno sviluppato, in un sud-est asiatico in forte crescita. Pechino punta a espandere la propria economia in Indocina e a migliorare i collegamenti nella regione; ovviamente a farne le spese è la popolazione che trae solo vantaggi marginali dalle infrastrutture create.

Pak Beng è un piccolo villaggio sul Mekong che sopravvive grazie all’arrivo delle barche cariche di frettolosi turisti provenienti dal confine con la Thailandia che occupano le guest house e ripartono la mattina dopo per la ben più appetibile Luang Prabang. Qui è prevista la costruzione di una grande diga che modificherà profondamente la morfologia del territorio e la vita dei suoi spesso ignari abitanti. A nord di Luang Prabang, sulla statale 13 che sale verso il confine cinese, il Nam Ou - affluente del Mekong - è martoriato da dighe costruite e in costruzione. Villaggi prefabbricati, copie industriali e in serie delle vecchie palafitte, attendono in collina le popolazioni della valle che presto vedranno sparire le proprie capanne. Sembrano “riserve indiane” tristemente vuote. Per ora vi abitano in pochi, i primi sfrattati, e per questo l’atmosfera che si respira è ancora più surreale. A sud est di Luang Prabang, prima che il Nam Khan affluisca nel Mekong, qualche anno fa hanno costruito il Nam Khan 3 Project Laos; centinaia di case, dove sono state “ricollocate” migliaia di persone provenienti dai villaggi coinvolti nella costruzione di ben tre dighe lungo 60 km di fiume. Xayaboury è un reticolo di strade polverose e larghissime con ai lati piccole case, guest house semivuote, venditori di cose fritte e negozi di telefonia deserti; un luogo di passaggio dove nessuno sembra volersi fermare. Laos vecchio stile. La cittadina si sviluppa su una pianura verdissima e coltivata prevalentemente a riso, attraversata dal Mekong fino a Paklay che, poco prima del confine con la Thailandia, sterza bruscamente verso Vientiane. Ma il Mekong non tocca Xayaboury. Una grande cresta montuosa costeggia la città e nasconde ai suoi abitanti il grande fiume e, fortunatamente, anche la più grande diga indocinese costruita dalla Thailand’s CH. Karnchang Public Company Limited che verrà inaugurata nel 2020.

A 90 km a nord di Vientiane la diga sul Nam Ngum, la prima inaugurata in Laos nel 1971 la cui centrale idroelettrica produce quasi un milione di kWh per il 70% esportati in Thailandia, ha formato un lago artificiale di 260 km2. Nel bacino vivono più di un milione di persone che negli anni hanno convertito l’agricoltura in pesca, estrazione del sale e servizi per il turismo. Difficile immaginare che le ventotto dighe - e relative centrali - previste per i prossimi anni potranno riconcedere ai laotiani simili opportunità. Il livello del Mekong ogni anno raggiunge il suo “minimo storico” e, visto che la tendenza a costruire e distruggere non accenna a diminuire, per i prossimi anni non si annuncia nulla di buono sia sul piano ambientale che sociale.

Questo reportage parla di donne, uomini e bambini sullo sfondo di una tragedia. La vita di molti laotiani è minacciata perché è il Mekong e i suoi affluenti a esserlo. Più di sessanta milioni di persone sono subordinate a questo bacino, e quindi a rischio alimentare. Nonostante tutto, la bellezza dei luoghi, della sua gente e i colori conferiscono al Laos ancora un fascino abbagliante e la seduzione dell’esotico incombe e ammalia alla prima occasione; la dominante del bianco e nero quindi, si è rivelata un’esigenza

Alessandro Zunino
fotoreporter e filmaker viaggia da dieci anni in Asia e in Laos.

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